03/02/2004
La lingua degli affetti
Sul sito della Repubblica un interessante approfondimento tratto dall'ultimo numero di Micromega in cui Nora Galli dè Paratesi analizza il linguaggio adoperato dal premier Silvio Berlusconi per tenere i suoi comizi pubblici: "...Chi parla cerca di raggiungere la persona privata e di instaurare un rapporto emotivo diretto che passa attraverso il sentimentalismo e non il ragionamento politico o sociale. La corda è quella del pietismo, non quella della considerazione politica di fatti, idee, diritti e ruoli. Quindi siamo sul piano, non delle scelte politiche e delle argomentazioni, ma delle condivisioni emotive..."03/02/2004
Slogan al posto di concetti
Sto notando una progressiva perdita di significato (-i) nell'uso corrente dell'italiano, per cui ogni proposizione non è più un particolare di un discorso in evoluzione, ma slogan che concentra in sè il proprio significato meglio di quanto potrebbe fare qualsiasi sua analisi critica. (Quanto segue è ispirato da questo post)Devo premettere che l'idea l'ho filtrata da uno dei monologhi di Beppe Grillo, in particolare quando parla del rischio che corriamo in un mondo in cui, anche a causa di astute operazioni di marketing, certe parole del cui significato siamo ben consapevoli e hanno su di noi un effetto di risposta automatico, acquistano nuovi significati.
Diciamo che alla parola ecologia, forte di connotazioni positive, altruistiche, legate al vissuto adolescenziale scolastico, al "ritorno alle radici", ad una vita più in equilibrio con proprio ambiente, si insomma diciamo che io associo questa ad un altro concetto, non altrettanto piacevole, un concetto che ha bisogno di "riscatto", e comincio a scrivere ovunque "benzina ecologica". Secondo Quine, ogni uso che vien fatto di una parola contribuisce a determinarne il significato. Dato questo concetto per assunto, mi ritrovo con un'ecologia meno "ecologica", non più così fondamentale nei suoi aspetti, più disponibile a concessioni, a compromessi; insieme ad una benzina sana, salubre, oddio, vitale. Certo, è un eccesso. Certo, nessuno di noi ancora ha mai confuso i due termini. Voglio sperare.
Eppure semanticamente parlando qualcosa è cambiato. A rigor di logica la locuzione "benzina ecologica" dovrei qualificarla come un ossimoro, una figura retorica che uso per la forza che esprime in virtù della sua contraddizione. Invece ci sono abituato, e sentirla non mi fa quest'effetto. Ora, escluso l'uso in quanto figura retorica, qual'è il significato di questa locuzione? Partiamo da più a monte. Quale sarebbe stato il suo significato prima del suo conio ufficiale in seno al marketing?
Nessuno. Il segno "benzina ecologica" mancava di un significato. Non di un referente, questa liquido che andava versato all'interno del serbatoio esattamente come quell'altro che l'aveva preceduto. Insomma, guarda un pò che gran bel giochetto che ti combino: prendo due parole, che accostate non significano nulla, ma prese una per volta mi si "ripuliscono" a vicenda. Dò loro un significato nuovo, quello che mi pare, e lo faccio subdolamente, col mezzo più consono: la televisione. Automobili che lasciano dietro a sè scie di mughetti. Proprio come i disegni che facevamo alle elementari... Capite che ora, quel concetto nuovo, ispirato, elegante, soave, è talmente patrimonio della nostra cultura che è diventato inattaccabile. Perchè se io dico "questa non è ecologia" c'è chi, dati alla mano, mi può dire che "ecologicamente parlando, questa benzina è meglio di quella prima". Certo.
Ma durante gli spot, di tutto questo discorso, non c'è traccia. Nulla che aiuti la riflessione critica. Nulla a mettere in guardia il fruitore dalla conseguenza di accettare passivamente un certo messaggio (slogan) unito a certe immagini. Specie se il destinatario è un adolescente. O un bambino piccolo. Così si trasforma la nostra cultura, e il nostro modo di far cultura. Il cartello ogm free è, nella mia interpretazione, un semplice slogan, così come quello "comune denuclearizzato". Abituati ad una cultura di associazioni positivizzanti trasposta dal gergo pubblicitario comunichiamo anche noi, spesso inconsapevolmente, per slogan. Cioè per affermazioni che mutuano il proprio significato da altre, citazioni, in un gioco di echi e rimandi interminabile, un pò come i filosofi rimandano ai rispettivi lavori, ma, a differenza di questi, senza mai critica, e senza mai discussione di ragione e di merito. Con la terribile consapevolezza che al fondo dei rimandi c'è spesso un concetto creato ad arte per piacere, per ammiccare, un concetto che finisce per essere usato ben al di fuori del suo ristretto ambito d'origine, e si diffonde a macchia d'olio, diventa parte della cultura "qualunquistica", dove non si è legati a concetti quali la forma, la dizione, la grammatica, la prammatica.
L'esporre l'indicazione ogm frii, comunque scritto, è pura convenienza da commerciante (non me ne vogliano...). Uno specchietto per le allodole, un'occasione. Lo espongo perchè posso farlo (raggiungo i requisiti), non perchè sto comunicando una presa di coscienza, posizione, intenzioni, che integrerei con dichiarazioni programmatiche, risoluzioni, che so, stanziamenti per favorire per la popolazione l'acquisto di cibi OGM, un programma di educazione per le scuole per capire la differenza tra OGM e biologico, e via dicendo. Perchè se lo facessi per promuovere la cultura, sarei il primo a preoccuparmi di forma, dizione, eccetera eccetera.
