Critica della civiltà della Legge
Ho appena terminato di leggere un articolo apparso su
nazione indiana, intitolato
Prendersi sul serio: la nuova eresia. E' uno spunto di riflessione interessante, tanto che di getto ne è nata questa riflessione che forse meglio di altri discorsi più mirati ha tirato fuori l'essenza del mio punto di vista personale sul mondo occidentale. Chiunque voglia leggerlo farebbe a mio parere bene ad andare prima a leggerne l'ispiratore.
Essere uno, essere molti, comunicare:
mettere in comune, unire in comunità.
Costruire: fondere assieme materiali, tecniche, competenze, punti di vista. L'atto di creare è preceduto dall'ispirazione, soffio divino, vero motore dell'agire umano nel suo vero senso di costruire significato. Non può esistere significato se non laddove siano state poste delle basi per esso: non può esistere significato se non all'interno di una fitta rete di altri significati, ciascuno giustificato dall'esistenza degli altri, castello di carte che poggia le proprie fondamenta su ciascuno spigolo di ogni carta. Se andiamo troppo oltre, ed ormai abbiamo superato di gran lunga quel confine, non può più esistere significato che sia semplice ed assoluto in sé e per sé.
Costruire una comunità, od una civiltà: trarre dagli sforzi di molti uomini un unica summa, farne crogiulo e fiamma e calderone, stantuffo ed altoforno, cogliere l'essenza, eliminare i difetti: non è il prodotto, ma il processo, lo scopo finale e quindi infinito.
Una civiltà semplice è quella che poggia le proprie fondamenta su di un semplice concetto: esiste dio, quel dio di cui siam figli e che ci mette alla prova dandoci un'esistenza da vivere, per poterci alla fine esaminare e giudicare chi sia stato meritevole. Entra perfettamente in accordo con la nostra natura biologica, competitiva, emotiva, territoriale, gerarchica. In principio dio creò la scimmia, la fece a sua immagine e somiglianza, e decretò che ogni altra scimmia dovesse ubbidirle (vedasi Morris 1967).
Una civiltà complessa è quella che si propone di unire tra di loro più civiltà semplici, senza più competizione, nè territorio. La nuova Legge senza più un dio, messi al bando i principi darwiniani di selezione parla di ragione, parla di tolleranza, parla di cooperazione.
Violare in questo modo le leggi di natura ha un gran prezzo, che forse come razza non siamo pronti a pagare. La nuova Legge è tollerante solo con chi la rispetta, rifiuta categoricamente di non essere accettata, o capita. Non è forse vero che l'ignoranza della Legge è bandita dalle Legge stessa? Le è inaccettabile, antitetica?
La Legge della tolleranza deve accettare una drammatica conseguenza di sé stessa, come l'anomalia è figlia della matrice: in suo seno, nulla può avere un senso che contraddica la Legge. Così, pur di placare questo nuovo dio senza volto, le sacrifichiamo la nostra scienza e la nostra coscienza, timorosi di veder sovvertito quest'ordine che abbiamo creato in modo così illuminato. Orwell ha preconizzato il termine che non osiamo ancora pronunciare, per mostrarci il limite in cui ci siamo imprigionati: bispensiero. Sopprimiamo così il fondamentale bisogno umano di coerenza, in fondo perfino l'universo fa altrettanto, se è vero che onda e particella si contraddicono eppure coesistono, senza possibilità apparente di sciogliere questo inestricabile nodo di Gordo.
Non è però nell'essere umano che si è radicata questa malattia, ma nel sistema stesso, nell'intreccio del tessuto sociale. Dovevamo aspettarcelo, che alla fine non saremmo stati in grado di riannodare tutti i fili della trama così incautamente ordita per tessere il bozzolo che avrebbe dovuto escludere Dio dalle nostre vite, e consegnarci al solo giudizio di noi stessi.
di loubregand | 31/01/2004